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Si dice “gli” gnocchi o “i”gnocchi? Mangiate “i”gnocchi “alla bava” e vedete come “annozzano ‘ncanna”.

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In un libro sulla lingua italiana si ammette che la forma “i gnocchi” viene usata, anche se “in contesti poco sorvegliati”. Ma giudicate nella prospettiva fonosimbolica, fondamentale per il lessico del cibo e dell’eros – pensate alla “gnocca” – le forme “il gnocco / i gnocchi” creano l’immagine di un “nodo” che imbriglia la lingua, e di qualcosa che “ annozza ‘ncanna”, si ferma in gola: e “i gnocchi” diventano “strangulaprievete”. La ricetta degli “gnocchi alla bava”.

 

La natura insidiosa di questi frammenti tondeggianti di impasto, gli gnocchi, è già “sgamata” dall’etimologia del nome, che percorre un lungo cammino dalle terre dei Longobardi al Veneto indicando all’origine un “grumo”, una “protuberanza”, un “nodo”.  Dal nodo si salta ai “testicoli”, attraverso la via di una metafora che, dice Gioacchino Belli, era condivisa da tutti i quartieri di Roma: e non bisogna dimenticare che tutti i sinonimi del “testicolo”, in lingua e nei dialetti, – dunque anche lo “gnocco” -, indicano in ogni regione lo “stupido”, il “babbeo”.

Più complicato il discorso sulla “gnocca”, che è l’organo sessuale femminile: non è facile capire perché si chiama così. Qualcuno pensa che il passaggio del nome venga giustificato da una corrispondenza di forme, ma mi pare che la spiegazione non si regga in piedi, e che non ne trovi una più salda chi ritiene che all’origine “gnocca” fosse la ragazza formosa, ben dotata, capace di suscitare desideri come un piatto di gnocchi. Credo che abbia colto nel segno, grazie anche alle sue competenze specifiche, Alberto Bevilacqua: il quale nota che il fonema “gn” porta in sé un valore fonosimbolico, connesso sia all’immagine del “lamento” – la “lagna”- che a quella di una “cosa” che sia contemporaneamente “tenera” e “laida”: la “gnocca”, appunto, e i suoi sinonimi “plebei”: “fregna”, “bertagna”, “scarafigna”, “parpagnacca”, e la “gnacchera” resa famosa da Benigni.

Ma torniamo al tema dell’articolo, sfruttando il suggerimento di Bevilacqua di non trascurare i valori fonosimbolici connessi alla struttura fonetica della parole. Ora, la parola “gnocco”, già a pronunciarla, è un urto fonetico: la molle palatale “gn” si scontra con la cupa “o” e sbatte contro il muro della doppia gutturale “cc”: allo stesso modo, quando li mangi, gli gnocchi, non devi fidarti del tenero impatto, perché segue subito il “nodo”, il corpo denso e consistente del tondo frammento di impasto: e l’inghiottire diventa un’operazione delicata, soprattutto se la golosità ti spinge a portare in bocca due gnocchi alla volta. Se i napoletani chiamano gli gnocchi “strangulaprievete” e “strangulamonaco”, ci deve pur essere una buona ragione. Per questo, gli gnocchi richiedono come compagni di ricetta degli ingredienti che rendano fluida la masticazione e cauta la gola.

I Valdaostani chiamano con un nome terribile, “gnocchi alla bava”, un piatto che si prepara tagliando a dadini e a fettine assai sottili 130 gr. di fontina della Valle d’Aosta.  In un ampio tegame, e su fuoco moderato, si mettono il sale e 80 gr. di burro: non appena il burro spumeggia, si costruisce, sul fondo, un primo strato di gnocchi, e lo si copre con metà delle fettine e dei dadini di fontina; poi si dispone un secondo strato, più “lasco” del primo, perché le altre fettine, gli altri dadini e il fiocchetto di burro che vanno a coprirlo, sciogliendosi, possano fluire sugli gnocchi del piano di sotto e la “bava” cremosa si stenda sull’insieme nei minuti in cui si tiene in caldo il tutto, prima di servire in tavola.Se vi dà fastidio la parola “bava”, usate, invece della fontina, il nostro caciocavallo di bufala: avrete il diritto di battezzare il piatto: “gnocchi alla crema”.

“Gli” gnocchi o “i” gnocchi? Venerdì il “Corriere della Sera” ha pubblicato il primo volumetto di una collana dedicata alla conoscenza della lingua italiana, “una lingua formidabile”. Evidentemente, l’Accademia della Crusca, che ha realizzato il progetto, e i giornali più importanti incominciano a sospettare che il sistema della nostra lingua sia già gravemente scompaginato dalla faciloneria e dal pressappochismo. Le autrici del volumetto, Matilde Paoli e Raffaella Setti, si chiedono, nell’apertura del primo capitolo, se si dice “gli gnocchi” o “i gnocchi”. Ovviamente, si dice “gli gnocchi”: le forme “il gnocco/ i gnocchi”, “stabilmente presenti nell’uso colloquiale, soprattutto dell’Italia settentrionale”, devono essere assolutamente evitate in registri “linguistici” più controllati (e, a maggior ragione, nello scritto)”, “anche se” possono ricorrere “in contesti poco sorvegliati”.Direbbe Aldo Gabrielli che c’è un “anche se” di troppo: il relativismo applicato al sistema linguistico non ci libera dall’ossessione puristica della norma, crea solo devastazione. Torneremo a parlare di questa “collana”.

Tra l’altro, in quella prospettiva fonosimbolica che è fondamentale per “sentire” il lessico del cibo e che adotteremo come motivo- guida di altri articoli, la forma “gli gnocchi” suggerisce, attraverso il gioco fonetico “gli /gn” l’immagine di una masticazione certamente piena, ma fluida e piacevole, mentre, quando pronunciate il nesso “i gnocchi”, vi pare che la lingua faccia fatica: qualcosa “annozza ‘ncanna”, si ferma in gola, e “lo gnocco” manifesta per intero la sua natura di “nodo”, la sua capacità di strangolare ingordi preti e voraci monaci.

A proposito di magia fonosimbolica: è possibile tradurre in italiano “ annozza ‘ncanna”?