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Somma Ves.na, il Casamale e “‘a crisommola”: il vitale colore del frutto accende le voci “di dentro” di un luogo meraviglioso…

2027
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I “trionfi” di “crisommole” e le dolci invenzioni che il luminoso frutto suggerisce ai pasticcieri intrecciano con l’incanto del Casamale un racconto fatto di ricordi, di suggestioni, di impressioni cromatiche, delle immagini eterne del lavoro dell’uomo, dei ritmi della musica popolare, che sono i ritmi dell’anima vesuviana. Un incontro fantastico tra un frutto e un “luogo”, nel segno dell’identità civica.

Le associazioni di Somma Vesuviana, che hanno curato l’evento “Crisommole”, poiché sono fatte di persone che amano la loro terra e ne conoscono la storia – conoscenza della mente e del cuore, e non solo “’na vranca ‘e chiacchiere” – queste associazioni, dicevo, hanno disegnato un percorso di “trionfi” della “crisommola” attraverso il Casamale, nel fascino dei cortili, negli angoli su cui si apre la “sorpresa” incantevole di vicoli, di muri, di archi di pietra vesuviana che hanno la sostanza e la trama dei ricordi, delle memorie, delle voci di oggi che prolungano l’eco delle voci di ieri. Gli organizzatori dicono di aver usato “il termine dialettale crisommole” perché nella nobile sua origine esso esprime compiutamente il valore di un frutto ineguagliabile, e poi per la naturale immediatezza con cui “‘a crisommola” diventa simbolo di una cultura e di una identità. Sabato sera ho notato come, confrontandosi con i grigi riflessi delle pietre del Casamale e con la trasparenza delle ombre, il colore delle “crisommole” dispiegasse e svelasse tutto il mistero dei suoi toni, il giallo di cadmio arancio, il giallo di Napoli rossastro, il rosso permanente arancio: proprio quei toni che Gigi Chessa, Fortuny, Hodler e Modigliani mescolarono sulla tavolozza per ottenere il colore di carne da usare quando dipingevano il corpo luminoso delle donne.
Quel colore qualche studioso lo chiama “albicocca”: in verità ha la delicatezza della “crisommola”, una delicatezza vitale, un colore che si fa sapore, lo vedi e lo gusti, ne percepisci la suggestione, ne senti la voce che ti invita a guardare lo spazio che nei cortili è occupato dalle pietre e dai segni della civiltà contadina, il pozzo, la scala che si torce, la trama dal piperno corroso ma ancora tenace, i balconi, gli angoli e le ombre e i sussurri della casa vicina, e il “respiro” di un vicolo la cui perfezione pare disegnata da Achille Vianelli, e in cui spero di poter presentare il mio libro sulla storia del baccalà e “della crisommola” e sul lavoro dei Sommesi che costruirono queste due leggende. Nessun segno di questo “luogo”, è conclusivo, la sequenza non si chiude, dietro ogni immagine ti aspetti che si manifesti un’altra immagine, e che un ricordo prorompendo inatteso alla superficie della memoria ti costringa a scrutare, a cercare. E le mani di una simpaticissima signora non più giovane mi mostrano la bocca di un forno, e mi richiamano alla mente il loquace silenzio dello sguardo con cui mio padre, sommese, rimpiangeva il pane del Casamale, e lo stocco lavorato da un’anziana “baccalajola” del Casamale. In questo sistema aperto acquistano un senso, paradossalmente, anche le strutture recenti, piani interi, balconi, finestre, portoni, che non rispettano la storia e lo spirito del “luogo”: ma il “luogo” alla fine assorbe tutto nella sua assoluta bellezza, e tutto “purga” e giustifica.
I “trionfi” dell’albicocca, disposti con arte all’interno del mitico spazio, trasformano il borgo in un sistema aperto, in un libro in cui l’ultima pagina si chiude con un avvertimento “..continua”. Continua la battaglia delle associazioni sommesi e dei Vesuviani che amano la loro terra per tutelare il valore della “crisommola” “a monte e a valle della filiera, esaltando il ruolo dell’agricoltura locale e aumentando il potere contrattuale dei produttori primari e dei consumatori finali.”. Continua a svolgersi nello spazio del “sentire”, anche quando vado via dal Casamale, il ritmo della musica e del canto popolare intrecciato dalla voce di Arianna Gera e dagli strumenti di Enzo Di Marzo, Nino Conte, Titty Esposito: una voce e una musica che non sono solo ornamento, non fanno parte del “teatro”, ma vengono su dall’anima del “luogo”. Continua a incantarmi l’immagine di Alfredo di Matteo che intreccia cesti e “féscine” con strisce di castagno e con una tecnica che i vignaioli e i “melajoli” sommesi trasformarono in arte. Ai tempi di G.B. Basile le “fescine” erano usate solo da chi coglieva fichi, e perciò, dice il genio nella lettera IV, “non se po’ avere la votte chiena e la mogliere ‘mbriaca, vennegnare e pigliare le fescene, non se po’ bevere e siscare”. E Basile stabilisce che un uomo tozzo e sgraziato è simile allo “streppone della fescena”, al gambo su cui poggia il cesto. Quando i vignaioli vesuviani incominceranno a usare l’attrezzo, la locuzione “ fare ‘a primma fescena pampanosa” significherà “iniziare male un’attività”, “partire con il piede sbagliato”, riempire il primo cesto non con i grappoli d’uva, ma con i pampini. E sarebbe bello leggere e commentare una pagina di Basile nella magia del Casamale: le parole della sua lingua straordinaria esprimerebbero tutto il loro sapore, un sapore intenso e vibrante, come quello dei dolci all’albicocca creati dai pasticcieri di “Alaia”, del bar “Nueva”, “food e Rir”,  di “Masulli”.
Sabato sera il Casamale con i “trionfi” di “crisommole” e con i prodigi dell’arte pasticciera sommese era come la taverna del “Cerriglio” descritta da Basile: un “luogo” in cui “ s’ammasona la pace, pampaneia la quiete, dove gaude lo core, se conforta la mente, se dà sfratto a l’affanne..”.