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Somma Vesuviana/Sant’Anastasia, operazione «Blusky»: venti arresti tra gli affiliati dei clan D’Avino e Anastasio. Le intercettazioni rivelano commistioni con la politica locale.

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 Una serie di riferimenti a politici locali che si intrecciano nell’ordinanza di oltre duecento pagine a taglieggiamenti, estorsioni, imprenditori minacciati.

 Il blitz è scattato la scorsa notte. I carabinieri della compagnia di Castello di Cisterna hanno eseguito venti ordinanze di custodia cautelare emesse dalla Dda di Napoli a carico di altrettanti affiliati ai clan D’Avino e Anastasio operanti tra Somma Vesuviana e Sant’Anastasia. Giovanni D’Avino, in qualità di promotore e organizzatore del sodalizio che, anche da detenuto nella casa circondariale di Larino, in provincia di Campobasso, organizzava e dirigeva i suoi luogotenenti; e poi Ferdinando D’Avino, Stefano D’Avino, Francesco D’Avino, Claudio Auriemma, Anna Giuliano – compagna del boss che è anche cugino del collaboratore di giustizia Fiore D’Avino – Camillo Giuliano, Mario Schetter, Michele Iossa, Alessandro Pepe, Nadia Bova, Domenico Terracciano, Francesco Ioia, Fabio Civita, Giovanni Mosca detto «DragonBall», Raffaele Anastasio, Clemente De Cicco, Salvatore Esposito detto «Cioccolata», Ferdinando Aprile, Domenico Giordano.

10.05.2016 – OPERAZIONE CC CASTELLO DI CISTERNA

Al centro di tutto c’è «O’Bersagliere», Giovanni D’Avino, storico affiliato del clan Alfieri e cugino del più noto Fiore. È lui che dopo i colpi subiti sul territorio dal clan Sarno torna in auge tentando di rivendicare la leadership criminale. È lui che instaura una rete organizzativa imperniata su alcuni suoi stretti familiari, dalla convivente Anna Giuliano a suo fratello Camillo Giuliano fino ai figli, Ferdinando e Stefano D’Avino, insieme ad altri adepti come Michele Iossa e Mario Schetter, acquisendo il supporto e il benestare del clan Fabbrocino da tempo dominante sui territori di San Giuseppe Vesuviano, Ottaviano, San Gennaro Vesuviano e Palma Campania. Gli inquirenti sottolineano, nelle duecento pagine di ordinanza, come le figure che si muovono intorno al «Bersagliere» agiscano come ben organizzati veicoli «trasmissori» tant’è che quando lui ottiene la libertà nel maggio del 2013 in virtù di una scarcerazione per decorrenza dei termini, le estorsioni ai danni di imprenditori sul territorio ricominciano. Un clan di vecchio stampo, in cerca della pax mafiosa, secondo i giudici. Il «Bersagliere» avrebbe infatti tentato di scongiurare il ricorso alla violenza e non sarebbe un caso che gli agguati cruenti abbiano una regia non sua bensì del neo costituito gruppo Anastasio composto prevalentemente da nuove leve del crimine.  Gli affiliati comunicavano tra loro ricorrendo a schede telefoniche sempre diverse e intestate a soggetti extracomunitari o inesistenti. Del clan D’Avino e della rinnovata operatività parlano alcuni collaboratori di giustizia, svelando attività del mercato delle estorsioni e del traffico di droga, così come confermano la conformazione del gruppo Anastasio.

Quanto rivelato dai collaboratori di giustizia sembra aver trovato conferma nelle attività di intercettazione ambientale che prendono le mosse da un episodio preciso: l’esplosione di colpi d’arma da fuoco nei confronti di un ex consigliere comunale di maggioranza a Somma Vesuviana. Emerge successivamente il ruolo di primo piano della compagna del Bersagliere, Anna Giuliano, braccio operativo. E sono tante le circostanze di rilievo probatorio, comprese le minacce ad un docente della «Montessori», “reo” di aver richiamato il figlio della donna per il suo comportamento a scuola. Ma la Giuliano mette a conoscenza il suo compagno, nei colloqui in carcere, anche degli sviluppi criminali, le aggressioni, il ferimento di Mario Schetter ad opera di esponenti del clan Anastasio.

Proprio nel corso di uno dei colloqui in carcere, D’Avino sostiene di poter influire anche sulla politica locale. Precisamente un colloquio tra Francesco e Giovanni D’Avino prima della campagna elettorale del 2013, quella che riportò a palazzo Torino il sindaco Ferdinando Allocca poi scomparso l’anno dopo. «Ho messo a Titti candidata». Si riferisce, precisamente a Concetta D’Avino, nipote del boss e alla fine non eletta. Ma è lo zio a contestare la decisione di schierarsi con il sindaco uscente, Allocca, ripromettendosi anzi di intervenire nella campagna elettorale non appena sarà scarcerato. Nelle conversazioni salta fuori anche il nome dell’attuale primo cittadino di Somma Vesuviana, Pasquale Piccolo in corsa da candidato sindaco anche nel 2013, così come quello della candidata poi arrivata in ballottaggio con Allocca, la già consigliera regionale Paola Raia. Entrambi sono indicati da D’Avino come «amici» e la Giuliano racconta inoltre di una conversazione che avrebbe avuto con un altro consigliere regionale, Carmine Mocerino. D’Avino comunica alla compagna le sue intenzioni di parteggiare in pubblico per la nipote, candidata nelle liste  di Allocca, ma di far sapere privatamente a Mocerino di appoggiare invece la sua fazione e in particolare la candidata sindaco Raia. Le modalità di comunicazione sono ben precisate nell’ordinanza: «Devi andare dal dottore (ndr, congiunto di Mocerino ed esponente politico locale) e devi dire: ha detto Giovanni mio che il mio voto è vostro, non c’è nessun problema».

In una successiva conversazione, dalla quale si evince che la Giuliano non è poi andata dal “dottore” a portare il messaggio, si parla della malattia del sindaco Allocca e D’Avino esprime nuovamente la sua contrarietà alla candidatura della nipote. «Pasquale Piccolo mi ha aiutato, ‘o Schiavone mi ha aiutato».  E di Allocca, o’ Bersagliere dice: «quello poi il sindaco non è buono, io l’ho sempre detto». La compagna gli riporta le dichiarazioni di Franco D’Avino che le avrebbe detto: «quello poi mi deve dare il posto, perciò ci ho messo mia figlia». Ma ad ogni occasione, il boss ribadisce il suo risentimento nei confronti di Allocca e azzarda un pronostico poi rivelatosi sbagliato. Anzi due. Il boss «indovina» chi sarebbero stati i due competitor in ballottaggio, Allocca e la Raia ma dà per vincente la seconda.  «Vince Paola Raia perché appoggiano tutti lei». «Ma tu lo hai capito a Franchetiello, si è messo con un perdente».  Non andò invece così.

Molti altri gli spunti rilevanti nell’ordinanza Blusky (nome mutuato dal bar presso il quale avvenne il tentato omicidio ai danni di Mario Schetter, luogotenente di D’Avino), dagli improperi proferiti dal boss nei confronti del maresciallo Raimondo Semprevivo, comandante della stazione di Somma Vesuviana, alla contrapposizione con il clan Anastasio.

Il 24 maggio 2013 D’Avino viene scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare e sottoposto all’obbligo di dimora a Somma Vesuviana. Appena arrivato a casa, organizza una cena per 15 persone ed ordina la cena ad un ristorante spagnolo della città. E sono molti gli imprenditori citati nell’ordinanza, alcuni noti e sentiti a sommaria informazione, o per la richiesta di cambi di assegni, evidentemente intimidatoria, o per attività similari.

Nel corso delle indagini è emerso anche il controllo del clan D’Avino sulle locali piazze di spaccio, come confermato da collaboratori di giustizia.

Quanto al clan Anastasio, nel novembre 2009 i carabinieri di Castello di Cisterna incapparono in un vero e proprio summit di camorra in corso in un’agenzia assicurativa di via Pomigliano a Sant’Anastasia. Vi prendevano parte gli affiliati Carmine Giordano e Fabio Caruana, ora entrambi collaboratori di giustizia, Michele Scarienzo, Giuseppe Caselino, Ferdinando Saviano, Raffaele Anastasio detto «Felice» e Salvatore Esposito. Il giudice sottolinea la presenza in quel summit di Raffaele Anastasio, ora soggetto di spessore sull’area. «Felice» è precisamente un nipote di Aniello Anastasio, figlio del fratello Antonio. I pentiti raccontano: «Tutti gli imprenditori edili di Sant’Anastasia erano sottoposti alle nostre richieste, così come i titolari dei caseifici, di supermercati e grosse imprese commerciali». Nel 2014 il comandante della stazione dei carabinieri di Sant’Anastasia fa pervenire a Castello di Cisterna una annotazione circa un tentativo di estorsione ai danni di un piccolo imprenditore di olive, circa 15mila euro al mese.

 

Le accuse, gli indagati: Giovanni D’Avino, Ferdinando D’Avino, Francesco D’Avino, Stefano D’Avino, Camillo Giuliano, Anna Giuliano, Mario Schetter, Michele Iossa, Giovanni Mosca per aver partecipato ad un’associazione di tipo mafioso capeggiata da Giovanni D’Avino al fine di acquisire il controllo delle attività illecite nel comune di Somma Vesuviana e zone limitrofe e di conseguire, in modo diretto o indiretto la gestione e il controllo di attività economiche e realizzare profitti o vantaggi ingiusti, di impedire o comunque ostacolare il libero esercizio del diritto di voto, anche procurando a soggetti intranei alla struttura preferenze in occasione delle consultazioni elettorali;

 

Anastasio Raffaele, Salvatore Esposito, Clemente Di Cicco, Giuseppe D’Ambrosi, Carmine Giordano Caruana Fabio: per aver partecipato ad una associazione di tipo mafioso denominata clan Anastasio che, avvalendosi della forza di intimidazione nonché dalla preesistenza sul medesimo territorio del clan Anastasio quale diretto da Aniello Anastasio, zio di Raffaele, e dalla condizione di assoggettamento e omertà che ne deriva, ha per scopo la commissione di delitti al fine di acquisire il controllo delle attività illecite nel comune di Sant’Anastasia e zone limitrofe (…). Con le aggravanti, per tutti, previste dai commi IV e V dell’articolo 416 bis trattandosi di una associazione armata volta a commettere delitti.