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Storie di donne vesuviane. Le “tabacchine” di San Gennaro Ves.no e di Palma Campania

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La produzione del tabacco “kentucky” tra Sarno, Palma e San Gennaro, e la storia poco nota delle donne impiegate nelle fasi più difficili e pericolose della lavorazione delle foglie. Un’economia complessa, che ha segnato la storia sociale del territorio.

 

Nel novembre del 1903, mentre in tutta la Campania i lavoratori della filiera del tabacco erano in agitazione, -e in qualche caso, come a Cava e a Nocera, si trattava di un’agitazione che un Sottoprefetto giudicò  “scomposta”-,  i funzionari della polizia di Nola comunicavano a Napoli e a Caserta che i “ i tabacchini” e  le “tabacchine” di San Gennaro e di Palma restavano sostanzialmente tranquilli. Le relazioni trasmesse dalle forze dell’ordine alle Prefetture e le cronache delle riviste specializzate ci permettono di ricostruire in grandi linee il sistema della coltivazione del tabacco che alla fine dell’ Ottocento si diffuse lungo la strada Sarno – Palma Campania, nella pianura vasta, ricca d’acqua e di clima temperato. In questo sistema le donne, pur  tenendosi lontano dalle mischie sindacali che le “tabacchine” pugliesi affrontavano in quegli anni schierandosi in prima linea, non solo svolsero con dignità la parte  più pesante del lavoro, ma divennero consapevoli di quanto fosse importante il contributo che esse davano al bilancio e al riscatto sociale delle loro famiglie. E’ importante sottolineare questo aspetto, anche perché nel resto d’Italia l’immagine delle “tabacchine” e delle sigaraie veniva spesso associata a quella di costumi alquanto liberi. Anche a Palma e a San Gennaro era importante il ruolo dei  “conduttori” che prendevano in fitto la terra – non raramente erano dei prestanome-, mantenevano i contatti con le Agenzie del Ministero delle Finanze, in particolare con l’agenzia di Scafati , curavano il trasporto delle foglie ai centri di raccolta, ingaggiavano i lavoratori che secondo le stime della polizia erano, nel 1903, non meno di 140: e di questi, almeno 60 erano donne. Ma è probabile che gli elenchi ufficiali siano vistosamente incompleti.   Quasi tutti, uomini e donne, avevano appreso il mestiere presso la Regia Scuola Pratica di Agricoltura di Poggiomarino.

E’ certo che già  nel ‘700 qualche moggio di terra tra Palma e San Gennaro era coltivato a tabacco, l’ “erba santa” un tempo affidata alle cure dei Cappuccini e già considerata non solo un veleno, ma anche un utile “medicamento”.  Un’ erba strana e contraddittoria, perché i “fisici” del primo Ottocento la giudicavano allo stesso tempo “irritante” e “stupefacente”: usata con moderazione, come erba “irritante”, poteva risultare espettorante, diuretica e lassativa, mentre le proprietà “stupefacenti” dell’ “estratto acqueo”  erano utili nel sedare  anche l’isteria, l’epilessia e varie forme di “mania”. Non fu facile la coltivazione del tabacco tra Sarno, Palma e San Gennaro: i “coloni” non rispettavano le ferree regole imposte dal Ministero soprattutto per la scelta dei terreni da destinare alla coltivazione, e almeno tre volte, dal 1895 al 1903, i funzionari dell’ Agenzia di Scafati  ordinarono la distruzione del “prodotto”: ma non c’era raccolto che non venisse accompagnato da un contorno di multe.

Due erano i tipi di tabacco coltivati nella piana: il Kentucky e il “nostrano”, indicati in qualche documento anche come “brasiliano” e “beneventano”. Gli uomini provvedevano a preparare il “pascone” e a concimarlo con “letame cavallino”, che veniva raccolto in tutte le stalle del territorio, versato in botti, e trasportato al “pascone” su carri spesso coperti da tendoni di cuoio, come quelli dei pionieri nei film western. A gennaio le pianticelle si trapiantavano in file orizzontali e verticali, che si incrociavano a formare quadrati e  distavano tra di loro 80 cm.: questo lavoro di precisione veniva affidato alla pazienza delle donne, la cui  “giornata” era di una lira e mezza. Le donne eseguivano anche la cimatura e la scacchiatura, operazioni indispensabili per liberare le piante da ramificazioni laterali.

Ma la scena “pittoresca” era quella della infilatura, che mi venne descritta da una anziana signora di San Gennaro Vesuviano nel 1970: le foglie raccolte da squadre di 5 uomini e  10 donne venivano trasportate negli angoli in ombra di cortili ventilati e asciutti, e qui le donne le “spulardavano”, le liberavano dalla pula e dal terriccio strofinandole, una per una, tra le mani nude. Era un’operazione micidiale, che aggiungeva anche le lesioni della pelle alle altre malattie “professionali”, le  infiammazioni agli occhi, i danni all’ apparato respiratorio, le infezioni del cavo orale. Bisogna anche dire che a partire dal 1903 gli uffici sanitari di Palma e di San Gennaro predisposero controlli periodici per tutti i lavoratori impiegati nella filiera del tabacco, e in particolare per quelli che andavano in giro raccogliendo il letame: ovviamente,  i lavoratori “in nero”, che erano la maggioranza, e gli stagionali non godevano dei benefici dell’assistenza pubblica.

“Spulardate” le foglie, le donne, sedute in circolo, le infilavano “pel picciuolo a dello spago”: era un’operazione lunga e snervante, che le operaie cercavano di alleviare cantando, raccontandosi le loro storie, prendendo coscienza, con una riflessione collettiva, della loro condizione. I documenti non ci dicono altro, e la tradizione orale è assai vaga: ma è facile immaginare  la ricca umanità di queste donne che erano anche responsabili dell’ “ammarronatura” delle foglie, della loro perfetta maturazione, segnalata da un caldo colore marrone. Era, quello delle “tabacchine”, un lavoro che coinvolgeva tutti i sensi e squadernava sotto i loro occhi i meccanismi di un’economia che non voleva rispettare le regole. E non è un caso che in certe zone del territorio tra Nola e il Vesuvio il danaro procurato dagli affari illeciti venga chiamato “ ‘o tabbacco”, con due “b”.