Sui delitti di una “Napoli che recita a levare” indaga Blanca, la...

Sui delitti di una “Napoli che recita a levare” indaga Blanca, la “fantastica” poliziotta ipovedente creata da Patrizia Rinaldi

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L. Crisconio, Il fiume Sebeto

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Blanca Occhiuzzi, la sovrintendente ipovedente, rappresenta degnamente una Napoli in cui i vicoli e la luna possono anche non dire niente, e Nisida pare “appoggiata sul mare” come se dovesse andar via da un momento all’altro”. E’ la “Napoli che recita a levare”, descritta con grande originalità da Patrizia Rinaldi.

Il commissario Martusciello entra in un vicolo di Napoli. “Per lui i vicoli non avevano contenuto, erano strade strette e basta…tra i palazzi vicini si rispondevano rumori di stoviglie e musica neomelodica”. Le ragazze non esprimevano l’energia della seduzione: i tacchi alti “che non sapevano portare” lo confermavano. Poco dopo, l’ispettore Liguori, notando che il commissario osserva piazza Plebiscito, cerca di appiccare una nuova polemica: “Cosa c’è? Persino tu sei incantato dal gioco della luna, dall’amplesso neoclassico? La modernità sarà funzionale, ma in quanto a spasimi lascia molto a desiderare”. Sono due scene descritte da Patrizia Rinaldi nel “giallo” che si intitola “Blanca” dal nome della protagonista, Blanca Occhiuzzi, sovrintendente di polizia, che è “ipovedente”: “un po’ ci vedo. Ombre. Se mi concentro, anche qualcosa in più…Sono specializzata in decodificazione dei suoni. Interpreto quelli già registrati nelle intercettazioni telefoniche.”

Tutto quadra, nel coerente disegno della Rinaldi: la sovrintendente di polizia Blanca Occhiuzzi è l’interprete, in ogni senso esemplare, di una Napoli in cui i vicoli e la luna non dicono niente, in cui la verità non è nei clamori e nelle apparizioni mirabolanti di fantasmi, ma si nasconde, pronta però a rivelarsi, nei sussurri e nelle voci che svaniscono. E a Posillipo “la villa dei Marchòv brillava sotto il temporale improvviso, da tropici. La piscina riceveva l’acqua di fango che scivolava nel cloro e nel blu”. Anche la Napoli che Nicola Pugliese ha descritto sotto la pioggia interminabile, metafisica, di “Malacqua”, è una città che “recita a levare”.

Perché ci sono due Napoli: una “recita a mettere”: è la Napoli del barocco che tracima, degli stereotipi impastati con la luce, con le lacrime, anche con i sospiri, che abbiano però un timbro tenorile; l’altra è la “Napoli che recita a levare”, che è un esercizio di stile non meno difficile e complesso, anche perché il lessico essenziale e la sintassi scarna non chiamano immediatamente l’applauso. Ovviamente la recita “a levare” è anche essa una maniera, e il suo Maestro è stato Viviani: penso al Viviani dell’atto unico “La musica dei ciechi”: nella luce del Borgo Marinari cinque suonatori, tutti ciechi e tutti dignitosamente miserabili, suonano per i passanti musiche di vario genere, anche di Franz Lehar, mentre Don Alfonso, che fa da accompagnatore e da impresario – a lui funziona un solo occhio – tende il piattino degli oboli ai passanti generosi. Anche la Napoli che “recita a levare” è bella, di una bellezza minacciata dal disfacimento: “Napoli restava una sirena in età, bellissima, aggrappata con i denti all’amo d’argento, mentre i pirati le sezionano la coda ancora viva, lucente di squame e di sangue”.

In questo passo di “Tre, numero imperfetto” c’è, forse, la chiave dello stile di Patrizia Rinaldi:  l’aggettivo “lucente” indica i segni che distinguono la “recita a levare” raccontata dalla scrittrice da altre recite ispirate dalla stessa maniera.  Queste recite corrono un rischio, di scivolare nell’ombra, di cospargersi di grigio, di colori smorzati, di quei toni di terra che sono così frequenti nelle pagine del libro della Ortese “Il mare non bagna Napoli”. La Rinaldi sfugge al pericolo grazie al finissimo senso della coerenza narrativa: resistendo al fascino dei periodi ampi e lenti come fiumi dalla torpida corrente ella costruisce sistemi con frasi brevi e con rapidi dialoghi, e contemporaneamente, evita la piattezza e la banalità di una cronaca da giornale accendendo qua e là i lumi delle metafore e delle similitudini: così faceva Luigi Crisconio nei suoi paesaggi, “trafitti” da bagliori che scaturivano dall’interno dei luoghi e delle pietre.

“Il dottor Carmine Grimaldi accolse Malanò come una spina in trachea”, non piaceva al Grimaldi la “mano che tornava a tastare la pistola come fosse seno di donna”, non gli piacevano le parole: “uscivano dalla bocca di Malanò come il vestito della festa rotto. Gli strappi mostravano fodere consumate e sporche”. Questo gioco di colpi di luce, improvvisi e imprevedibili, viene condotto dalla Rinaldi sulle persone, sulle cose, sui luoghi. “Nisida era bella e basta. Appoggiata sul mare come se dovesse andar via da un momento all’altro per questioni di superiorità rispetto agli sfregi circostanti”. C’è in questa tecnica la traccia di un sentire “barocco”: ma è un “barocco” smorzato, sornione, in cui, alla fine, le ragioni dei suoni e delle ombre vincono,  quasi sempre, su quelle dei colori.

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