Home Generali Terra dei Fuochi: ecco l’impero dei Pellini (foto). E intanto spunta un...

Terra dei Fuochi: ecco l’impero dei Pellini (foto). E intanto spunta un altro “tesoretto”

3447
0
CONDIVIDI

Non finisce di stupire la più grande inchiesta sul traffico di rifiuti tossici in provincia di Napoli, l’indagine denominata “Carosello Ultimo Atto”. La Guardia di Finanza ha infatti appena scoperto un “tesoretto” di 2 milioni e 200 mila euro riconducibile ai fratelli Cuono, Giovanni e Salvatore Pellini, quest’ultimo maresciallo dei carabinieri rimosso dall’Arma, i tre re Mida acerrani dello smaltimento dei rifiuti, condannati in via definitiva con una sentenza storica a 7 anni di reclusione per disastro ambientale aggravato nella Terra dei Fuochi. La somma di oltre due milioni è stata trovata dai finanzieri nelle casse di una società fiduciaria milanese. A ogni modo, nonostante le schermature normative dietro cui si nascondevano i soldi, non è stato difficile per le Fiamme Gialle attribuire quel danaro ai Pellini, che dal 19 maggio sono rinchiusi in prigione (Cuono e Giovanni stanno scontando la pena nel carcere di Rieti mentre Salvatore si trova nel reclusorio militare di Santa Maria Capua Vetere). La facilità con cui gli inquirenti hanno potuto individuare il tesoretto scoperto a Milano è dipesa dal fatto che i soldi, parte in danaro contante e parte in titoli di Stato, erano stati intestati alle mogli dei tre fratelli di Acerra. Secondo quanto trapelato il tesoretto sarebbe stato messo nelle mani delle mogli perché i fratelli Pellini non si fidavano degli estranei. Due delle consorti sono casalinghe. Una lavora, la moglie di Salvatore. Fa la professoressa in un liceo di Acerra. « Un’attività – eccepiscono gli inquirenti – i cui normali proventi non giustificano quelle somme, che comunque sono non soltanto riconducibili ai fratelli Pellini ma anche attribuibili al traffico illecito di rifiuti ». Per lo stesso motivo la Direzione distrettuale antimafia della Procura di Napoli, sempre attraverso la Guardia di Finanza, a febbraio aveva già dato il via a un gigantesco e più importante sequestro a carico dei Pellini, un’operazione del valore di oltre 200 milioni di euro: 250 tra ville, appartamenti e capannoni industriali, 68 terreni, 50 tra auto di lusso e camion, 49 rapporti bancari e, “dulcis” in fundo, 3 elicotteri. Tra le case sigillate ci sono anche le sontuose ville di Acerra, enormi costruzioni, in cui le famiglie dei tre condannati ancora risiedono, sia pure con una serie di restrizioni logistiche dettate dal provvedimento giudiziario di sequestro. L’impero, sempre stando alle indagini, sarebbe il frutto dell’avvelenamento dei terreni napoletani dislocati tra Acerra e i Campi Flegrei. L’inchiesta Carosello Ultimo atto, che prende il nome da una truffa, un falso giro di bolla di rifiuti tossici provenienti dal nord Italia, rifiuti per un totale di almeno un milione e mezzo di tonnellate “mascherati” da innocui scarti urbani, nasce nel lontano 2002, quando le forze dell’ordine si accorgono che nei terreni coltivati di Acerra è stato cosparso un finto fertilizzante organico, un falso compost in effetti costituito da veleni di ogni sorta. Una sostanza prodotta dalle aziende di smaltimento dei Pellini. In quegli anni il maresciallo Salvatore Pellini lavora nel nucleo informativo del comando provinciale carabinieri di Napoli, uno dei nuclei informativi più importanti d’Italia, dove passano anche le informazioni riservate relative ai traffici di rifiuti. La svolta poi giunge nel 2006, quando il pubblico ministero della Dda di Napoli, Maria Cristina Ribera, fa arrestare i tre Pellini grazie a una valanga di denunce firmate dai pastori Cannavacciuolo di Acerra, le cui greggi vengono nel frattempo abbattute a causa dell’ eccesiva presenza di diossina nel latte e nel sangue. Con i Pellini finiscono in manette altre decine di persone, tanti i cosiddetti colletti bianchi. Quindi la sentenza di primo grado arriva sul filo della prescrizione, il 29 marzo del 2013, dopo una serie di proteste di piazza degli ambientalisti e di inchieste giornalistiche: la sesta sezione penale del tribunale di Napoli condanna per traffico di rifiuti  Giovanni e Cuono, a sei anni di reclusione, e Salvatore a quattro anni e mezzo. A quattro anni e mezzo viene condannato anche Giuseppe Buttone, cognato del boss di Marcianise Domenico Belforte. Buttone è ritenuto l’intermediario dei Pellini nel traffico illecito di rifiuti. Condannati pure altri due carabinieri, il maresciallo Giuseppe Curcio, ex comandante della stazione di Acerra ( a 4 anni ), e Vincenzo Addonisio ( a tre anni e mezzo), quest’ultimo delegato dalla procura di Nola a effettuare i primi interrogatori. Entrambi i militari sono accusati di aver depistato le indagini. Condannati infine due titolari di altrettante discariche dislocate tra Bacoli e Qualiano. Prescrizioni e assoluzioni per tutti gli altri imputati: una serie di imprenditori dello smaltimento dei rifiuti e gli ex dirigenti dell’ ufficio tecnico del Comune di Acerra, Pasquale Petrella e Amodio Di Nardi. Due anni dopo, però, la quarta sezione penale della Corte d’Appello di Napoli modifica il verdetto. Condanna a 7 anni per disastro ambientale aggravato i tre fratelli Pellini, accusa che invece nel primo giudizio era caduta. L’appello poi dichiara di non doversi procedere nei confronti di Giuseppe Buttone e assolve i due imprenditori dell’area flegrea precedentemente condannati. Assolti anche Curcio e Addonisio. Motivo: il fatto non sussiste. Il cerchio delle indagini e quello giudiziario si chiudono quest’anno. A febbraio la procura di Napoli fa sequestrare i 200 milioni di case e fabbricati riconducibili ai Pellini e il 17 maggio la Cassazione conferma in toto la sentenza di appello. E così, almeno per il momento, gli unici a pagare il conto con la giustizia dell’avvelenamento della Terra dei Fuochi sono i tre imprenditori acerrani.

Acerra, la villa sequestrata a Giovanni Pellini
Acerra, la villa sequestrata a Giovanni Pellini
Acerra, la villa sequestrata a Cuono Pellini
Acerra, la villa sequestrata a Cuono Pellini
Acerra, l'azienda sequestrata ai fratelli Pellini
Acerra, l’azienda sequestrata ai fratelli Pellini