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Tra gli affaristi che nell’’800 facevano soldi grazie al Vesuvio c’erano anche i simpatici eremiti e certe guide…

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Tra eruzioni, incendi, alluvioni e frane i Vesuviani da secoli hanno costruito, grazie al Vesuvio, una fiorente economia della catastrofe: e in questa storia non ci sarà mai un capitolo che non sia stato già scritto. Solo gli eremiti e le guide dell’ Ottocento sono “figure” senza eredi, anche se certe pratiche degli eremiti appartengono alla cronaca eterna delle vicende che mischiano sacro e profano…..

L’eremita della collina del SS. Salvatore fu una nota di colore nella letteratura del Vesuvio. Coniugando il sacro della religione rivelata e di quella laica, connessa al mistero della Natura, con il profano del cibo e delle bottiglie di vino, gli eremiti del Vesuvio ispirarono giudizi contrastanti. La signora Piozzi, nella sua ascesa del 1786, fu certa di riconoscere nell’eremita un parrucchiere londinese. L’anno dopo Emma Hamilton non poté gustare le sue famose frittate, perché la cucina dell’eremo era stato divorata dalle fiamme del vulcano. Nel 1790 Elisabeth Vigée Lebrun riuscì a sedersi a tavola, ma non a portare a termine il pranzo, perché all’improvviso l’eremita le comunicò che dietro la tenda giaceva il cadavere del compagno d’eremitaggio, deceduto durante la notte. Il parrucchiere aveva preso il posto di fra Claudio, morto nel 1773. Claudio era francese, si chiamava, forse, Claude Veléne, era, forse, di Amiens, e certamente non fece una buona impressione al suo conterraneo abate di Saint – Non, che lo descrive come un gran parlatore, capace di conquistare, con le chiacchiere sui propri poteri miracolosi, anche il favore della Corte. Ma questo favore si era subito dissolto, per due ragioni: l’eremita non faceva, né a tavola né a letto, vita da eremita, e poi tratteneva per sé le elemosine che raccoglieva dai turisti a nome dei poveri.
Madame De Stael, che era un’anima nobile, parlò bene, nel romanzo “Corinna”, dell’eremita che ella conobbe durante l’ascesa del 1805: “ Un Romito abita colà sui confini della vita e della morte. Un albero, l’ultimo addio della vegetazione, è innanzi alla sua porta”. Lì i “turisti” aspettavano la notte per salire fino al cratere, poiché, durante il giorno, i fuochi del vulcano erano un’oscura insidia, avvolta da nuvole di fumo. Agli ospiti in attesa di ripartire l’eremita forniva pane, formaggio, minestre e, soprattutto, lacrima del Somma-Vesuvio. L’eremita del Salvatore, che nel 1832 parve a Stendhal un bandito – e la sua frittata era immangiabile – è forse lo stesso che nel 1835 accolse Alessandro Dumas e Francesco,la sua guida, con una modestia e con una cordialità degni, disse, commosso, Dumas, di un eremita dei primi secoli del Cristianesimo. Ma la guida lo raffreddò: “..prima di giudicare, fatevi portare il conto di quello che abbiamo mangiato”: un paio di uova dure, insalata, poche fette di salame, fichi e un bicchiere di lacrima. Il pio eremita chiese quattro ducati, “quattro volte il prezzo degli alberghi comuni”. Ma per l’eremo e per gli eremiti era ormai prossimo il tramonto.
I progressi della scienza favorirono la fondazione dell’ Osservatorio Vesuviano (v. foto in appendice) e resero più smagati i turisti: il mito dell’eremita si corrose fino a dissolversi. Nel 1845 Emanuele Bidera salì da San Giorgio all’eremo in compagnia di alcuni attori del teatro “Fiorentini”, che erano ospiti del Principe di Ottajano e nella sua villa avevano festeggiato, la sera prima, Carlotta Marchionni “ ex prima attrice del Real Teatro di Torino ”. La comitiva fece l’ascesa sui cavallucci e sugli asini delle guide di Resina, una delle quali “ di grottesca figura e di parlare faceto e franco, si chiamò col titolo di Cicerone del Real Vesuvio ”. Armate di coltelli e cangiarri erano, invece, le guide che scortarono Gregorovius: ed erano armati anche di pistole quelle che la polizia dell’Italia unita inserì quasi subito nei nutriti elenchi di ladruncoli, imbroglioni e pataccari : nei momenti difficili, quando bisognava calmare l’opinione pubblica e la superiori autorità, la polizia napoletana spacciava le guide vesuviane per camorristi “ terribili ” e le mandava al confino. L’accusa era sempre la stessa: al ritorno della “gita” i “ciceroni” indicano agli altri membri della “setta” i turisti che portano addosso gioielli e danaro, e così li espongono a rapine e a grassazioni. Ci dice Emanuele Bidera che l’eremo era tenuto da frati e da militari, da cui i turisti comprarono pane, formaggio e lacrima di Somma. Ma fu l’eremita a mostrar loro gli otto volumi dell’album dei visitatori illustri. Bidera e i suoi amici, “ di tratto in tratto, come chi legge un terno vinto al lotto ”, vi trovarono firme celebri: Goethe, e, sotto la data del 18 aprile 1812, Monti, e Byron, Dumas, Kotzebue, la Malibran, che era salita sul vulcano la notte del 4 ottobre 1833, e Vittorio Alfieri, che l’aveva visitato nel 1782. “All’immortale nome dell’ Eschilo italiano – racconta Bidera- vidi tutti commossi sino alle lacrime. Oh cuori italiani, oh cuori riconoscenti ! Quell’umile stanza mi parve il tempio di Santa Croce, un Panteon popolato dalle ombre di quei genii…” . Il prorompere di questa intensa commozione Bidera lo placò con molti calici di lacrima del Somma.
Ora che si ricostruiranno le selve divorate dagli incendi, non potrebbero essere messi a concorso tre, quattro posti di “eremita del Vesuvio”? Mancano gli eremi? Embè? Ci sono le grotte, e poi una baracca non ci vuole niente, per montarla….

L’eremo del Salvatore e l’Osservatorio in costruzione, stampa del 1843