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Una manifestazione della “Fidapa” di San Giuseppe che John Searle classificherebbe come “oggetto sociale”.

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La manifestazione del 16 e del 17 settembre, splendidamente organizzata dalla “Fidapa”, di cui è Presidente Maria Lucia Ambrosio, ha consentito di “leggere” la storia della comunità sangiuseppese da un punto di vista più ampio e articolato di quello adottato fino ad oggi. Perciò l’evento è diventato un “oggetto sociale”. Come un “oggetto sociale” è la “Scalinatella “ di Enzo Bonagura. E lo è anche, nel quadro, il riposo della contadina, che di solito veniva rappresentata al lavoro.

Quando rilessi, a mente molto fredda, i primi due libri che ho scritto sulla storia di Ottajano – la storia tra il ‘600 e l’800-, non ne fui soddisfatto: nemmeno un poco. Vidi che avevo lasciato il palcoscenico solo agli amministratori della cosa pubblica e alle vicende della politica, riservando un po’ di spazio, in fondo alla sala – e solo posti in piedi- alla vita materiale degli abitanti del Centro Abitato, di San Giuseppe e di Terzigno. Cosa mangiavano gli Ottajanesi, in quei tempi? Come si vestivano? Come si presentavano ogni giorno la via dello Sperone e via Passanti, percorse da decine di carri? Come erano arredati i palazzi dei “signori” e le capanne dei poveri cristi, e le taverne? E come si svolgevano i vari livelli dell’eros? Mi accorsi che non avevo saputo trarre alcun frutto dalla lettura dei libri di Le Goff, di Braudel, di Duby. Rilessi e cercai di capire ciò che non avevo capito. Poi mi illuminarono, definitivamente, le riflessioni di Remo Bodei sulla “vita delle cose”, e, soprattutto, la scoperta che accanto agli oggetti fisici, alle “cose”, esistono gli “oggetti sociali”, e cioè quei fatti – così li chiamerebbe G.B. Vico – e quegli atti, anche immateriali, con cui noi modifichiamo non casualmente, ma intenzionalmente la realtà in cui viviamo, lo “spazio” – Searle lo chiama “sfondo” – della nostra esistenza. Talvolta sono solo parole, ma sono parole che scuotono.
Pensate alle conseguenze innescate dal “sì” che gli sposi pronunciano sull’altare, o alla sentenza definitiva emessa dai giudici di un tribunale. “ ‘A Maronna t’accumpagne”: se glielo diceva un frate, il camorrista Antonio Lubrano, “Totonno ‘e Porta ‘e Massa”, ringraziava per l’affettuoso augurio e sborsava anche una lauta elemosina, ma quando glielo disse Salvatore De Crescenzo, a “Totonno” venne “’o friddo pe’ ‘ncuollo”: sapeva che era una sentenza di morte. In questa prospettiva possono essere letti anche i provvedimenti dei politici, anche le leggi: le immateriali norme sui vaccini hanno scompigliato vasti settori del corpo sociale. Per non parlare dei casini scatenati da due parole: “ius soli”. Per non parlare di un esempio proposto da Searle e che traduco secondo gli schemi della napoletanità: un napoletano entra in un bar di Stoccolma e chiede un caffè, il barista glielo prepara, glielo serve, e si mette a osservare le reazioni del napoletano che beve lentamente, fino al momento in cui egli posa la tazza sul piattino e riconosce apertamente che quel caffè svedese sapeva proprio di Napoli. Immaginate quanti e quali pensieri, semplici e associati, si siano sbrigliati nella mente del cliente, del barista, dei presenti in quei pochi minuti. Questa “situazione” è un “oggetto sociale”.
Un mercoledì qualsiasi di settembre del 1895, Sebastiano Boccia, di San Giuseppe, sensale non patentato, entra nel mercato di Nola e, forte del potere che gli viene dalla “comitiva” a cui appartiene, dispone, a voce, che un quintale di nocciole del Vallo quel giorno si venda a 57 lire: di queste, 7 lire toccano a lui, per diritto di “sanzaria”. Quella disposizione “promuove” tra i venditori e gli acquirenti un complicato intreccio di relazioni, in cui la “parola” dei protagonisti dell’affare e la pittoresca stretta di mano valgono più di una “fede di banco” e di un atto notarile, perché sono garantite dal Boccia e dalla sua “comitiva”. Ma su questo argomento delle “cose” e degli “oggetti sociali” tornerò spesso, nei prossimi articoli.
Tra il 16 e il 17 settembre la “Fidapa” di San Giuseppe Ves.no, di cui è presidente Maria Lucia Ambrosio, ha organizzato, in uno splendido “teatro”, il “Casale Corteverde”, un evento il cui ricco programma prevedeva “momenti” riservati alla musica, ai poeti locali, a dibattiti sulla storia della città, alla “lettura” di fotografie d’epoca, messe a disposizione da Vincenzo Ambrosio, a un “omaggio” a Enzo Bonagura, cesellato da Mario Dura. E del resto la “scalinatella” di Bonagura diventa “un oggetto sociale” per chi vi vede un simbolo della vita e dell’amore, e ricorda Murolo e Bruni, e “lo sfondo” su cui si mossero, per la prima volta, le parole e la musica della canzone.
Grazie a Luigi Iroso, i Sangiuseppesi dispongono di una quantità enorme di notizie di prima mano sulla storia di San Giuseppe, dal sec.XVI ai primi anni del ‘900. Credo che sia venuto il momento di forgiare con questa immensa documentazione il racconto della storia dei Sangiuseppesi, nel senso che indicavo all’inizio. Ed è un lavoro che solo Luigi Iroso può progettare e realizzare: le fotografie preziose di Vincenzo Ambrosio chiedono non tanto di essere spiegate, quanto di essere interpretate: il che è tutta un’altra cosa. E’ necessario, insomma, che gli storici locali ricostruiscano le tappe del complesso e affascinante “viaggio” che nei primi anni del ‘900 ha collocato San Giuseppe Ves.no tra le comunità più ricche della Campania.
L’ evento organizzato con raffinatezza dalla “Fidapa” sangiuseppese è diventato un “oggetto sociale”, nel senso che Searle dà all’espressione, perché tutti quelli che hanno partecipato ai “momenti” del programma hanno intuito che la storia dell’identità civica della città – la storia delle “radici” di ogni cittadino – può essere letta da un punto di vista più ampio e più complesso di quello adottato fino ad oggi. Domenica avrei voluto parlare a lungo della premiata pasticceria di Pasquale Menichini, e dello zucchero di “sciuscella” che il Menichini incominciò a usare…. Ma non c’era più tempo. Sarà per un’altra volta.