Home Cronaca Attualità V. Migliaro, J.P. Sartre, J.Fante: il significato “artistico” della peluria sul labbro...

V. Migliaro, J.P. Sartre, J.Fante: il significato “artistico” della peluria sul labbro superiore delle donne napoletane

CONDIVIDI

Nella lunga galleria letteraria della donna napoletana hanno un posto di rilievo i complicati e crudi ritratti di Jean Paul Sartre e di John Fante, che vollero rappresentare, con un naturalismo esasperato, la versione plebea di una Grande Madre campana, trasferitasi nei vicoli di Napoli. Le molte cose che Migliaro dice nel ritratto della sorella Adalgisa.

“Domenica ho incontrato una ragazza che camminava sotto il sole forte. Tutta la faccia le si contraeva dalla parte sinistra per ripararsi dal bagliore. L’occhio sinistro era chiuso e la bocca faceva una smorfia: ma il lato destro era perfettamente immobile e pareva morto. E l’occhio destro, spalancato, azzurro, trasparente, brillava come un diamante e rimandava i raggi del sole con l’indifferenza disumana di uno specchio o del vetro di una finestra. Era abbastanza spaventoso, ma di una strana bellezza: l’occhio destro era di vetro. Solo a Napoli il caso può conseguire una simile riuscita: una ragazza miserabile, con una miserabile vita minerale in mezzo alla povera carne, come se le avessero strappato un occhio per addobbarla più sontuosamente.” Lo scriveva J.P. Sartre nel 1936. E scriveva anche che “la carne delle napoletane aveva un aspetto di bollito sotto il sudiciume” e che dalle guance si poteva tirar via brandelli di pelle. “Vidi con sollievo le labbra baffute di una ragazza: se non altro sembravano crude”. Racconta Gaetano Afeltra che Sartre era venuto a Napoli, accompagnato da Simone de Beauvoir, per scoprire fino a che punto la città reale corrispondesse a quella che la sua immaginazione aveva “visto” nei libri dei viaggiatori dell’Ottocento. Alla fine, il filosofo concluse che Napoli era una città “sifilitica”.

Venti anni dopo arrivò a Napoli uno dei più grandi scrittori americani del sec.XX, John Fante, oriundo, per parte di padre, di Torricella Peligna, in provincia di Chieti. Egli parlò di Napoli in alcune lettere, pubblicate postume in un libro che nell’edizione italiana si intitola “Tesoro, è tutta una follia”. Le donne napoletane gli suggerirono immagini forti e complicate: “Le donne di Napoli sono grasse come maiali. Con vestiti sciatti, di solito neri, macchiati di pomodoro, urina, lardo, o cacca di bimbo. I seni arrivano alle ginocchia e le loro natiche pendono come dei palloncini.”. E tuttavia sono “meravigliose, seducenti”. Lo scrittore americano cercò di spiegare questa rumorosa contraddizione attribuendo agli uomini napoletani una certa inclinazione per l’eros “animalesco”, che li spingerebbe a preferire “donne corpulente e abbrutite con pance poderose”, ma “con occhi che abbiano guardato Dio”.

In un articolo del 1999, rivolgendosi direttamente ai Mani di Fante che era morto sedici anni prima, Nello Aiello ricordò che le donne napoletane avevano suscitato l’ammirazione di Goethe e di Lamartine, ma non poté negare che anche Malaparte e la Ortese non erano stati teneri con loro: alle donne di Partenope i due non avevano attribuito nemmeno la forza dell’attrazione sessuale, che da Sartre non era stata esclusa e che Fante aveva visto chiaramente. Il francese e l’americano rappresentano una realtà di cui l’immaginazione letteraria porta in primo piano e amplifica alcuni caratteri estremi: entrambi conoscono il mito di Napoli, la sola città del mondo antico che sia sopravvissuta nel mondo contemporaneo, e disegnano la donna napoletana come simbolo di questa immortalità, come una Grande Madre, una Mater Matuta campana (v.foto in appendice), che è diventata plebea e si è trasferita nei vicoli.

Vincenzo Migliaro non nasconde la peluria sul labbro superiore della donna che nel quadro che correda l’articolo è ritratta come una ricca borghese: la prospettiva ravvicinata, “famigliare”, ci conferma che la donna è Adalgisa, la sorella del pittore.  Il ventaglio ha la funzione di guidare l’attenzione di chi osserva sulla collana, sul cammeo e sul volto. Non si può dire che sia un volto bello, e il pittore ne ritrae le linee naturalisticamente: egli sa che la bellezza, malinconica e fragile, della sorella sta tutta nei grandi occhi, gli occhi che “hanno guardato Dio”. La peluria sul labbro superiore ci parla dei saldi costumi morali della donna, confermati del resto dalla lampada accesa davanti all’immagine della Vergine Addolorata: come ci dicono i verbali di polizia di fine Ottocento, solo le donne di malaffare usavano depilarsi integralmente. Ma quella peluria, segno di un florido vigore ormonale, ci dice anche che Adalgisa è donna da marito, è preparata al ruolo di Madre: non a caso il comò e la campana di vetro ci ricordano che la donna sta nella sua camera da letto, raffigurata da Migliaro anche nel quadro “Donna allo specchio”, e che la pudicizia, rappresentata dai fiori secchi sotto la campana, purifica la sensualità, di cui sono simboli la caraffa con l’acqua per i fiori freschi, gli anelli, lo scialle elegante, e la bocca dipinta con un tocco di squillante carminio: e visto che c’è, questa peluria viene usata dal pittore anche per sottolineare la vitalità fascinosa di quelle labbra.

Dunque, la donna “baffuta è sempre piaciuta” per più di una ragione.

” Statua della Mater Matuta, Museo di Capua”

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here