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È solo questione di tempo fino a che la prossima recessione attacchi. Il mondo ricco non è pronto.

Oggi per voi, la traduzione di un articolo dal The Economist .

La battaglia è stata lunga ed ardua. Ma volgendo lo sguardo alle economie malmenate del “mondo ricco” è giunto il momento di dichiarare vittoria al caos finanziario e alla deflazione.

Tuttavia, l’economia globale ancora cerca la maniera di azzardare, dalla saga del debito greco ai tempestosi mercati cinesi. Sono poche le economie andate oltre il decennio senza intoppare nella recessione – l’America nel 2009 ha cominciato a crescere. La legge di Sod decreta che, prima o poi, i politici dovranno affrontare un altro declino. Il pericolo è che, avendo già utilizzato il loro arsenale, i governi e le banche centrali non avranno le munizioni per combattere la prossima crisi. Paradossalmente, voler ridurre questo rischio significa volere che la politica continui a “perdere” ancora per un po’.

Il fumo è chiaro”

Le buone notizie arrivano principalmente dall’America, che conduce il branco dei ricchi.

La sua inaspettata contrazione nel primo trimestre sembra essere solo un contrattempo, dovuto ad una serie di fattori tra cui il tempo. I dati più recenti, un’ondata di vendite di autoveicoli e numeri sull’occupazione altrettanto buoni, dimostrano che il ritmo della crescita è stato ripreso. Le aziende americane hanno assunto 280mila nuovi lavoratori il mese scorso. Gli imprenditori stanno spendendo risorse per cercare i lavoratori di cui hanno bisogno.

In altre parti del mondo ricco le cose stanno ugualmente riemergendo. Nell’Euro-zona la disoccupazione sta riducendo e i prezzi stanno risalendo. Il recupero inglese ha perso un po’ di grinta ma la forte crescita occupazionale suggerisce che l’espansione sta continuando. Il Giappone ha fatto fragore nel primo trimestre, crescendo ad un tasso del 3.9% annualizzato. Possiamo quindi concludere, su ampia base, che la ripresa non è solo una coincidenza.

Inevitabilmente delle fragilità restano. Il debito europeo è profondo e altamente dipendente dalle esportazioni. Il Giappone non riesce a far ripartire l’inflazione. La crescita dei salari potrebbe velocemente erodere i guadagni e le valutazioni delle aziende americane.

Le economie emergenti, che contano sulla grande crescita degli anni posti-crisi, hanno visto giorni migliori. È prevista una contrazione nelle economie del Brasile e della Russia. Riguardo la Cina, le notizie sulle transazioni (più povere del previsto) suggeriscono che la crescita possa essere più lenta di quello che il governo desidera.

Se anche una sola di queste preoccupazioni sarà causa di recessione, il mondo sarà in una pessima posizione per rialzarsi. Il rapporto debito/Pil medio dei Paesi ricchi è aumentato di circa il 50% dal 2007. In Inghilterra ed in Spagna il debito è più che duplicato. Nessuna sa quale sia il limite, ma i governi che vogliono “ostentare” dovranno superare elettori e creditori nervosi. Infatti, i Paesi con un accesso al bond market inconsistente, come quelli della periferia europea, potrebbero non essere in grado di lanciare uno stimolo fiscale.

La politica monetaria è persino più soffocante. L’ultima volta che la Federal Reserve aumentò i tassi di interesse era il lontano 2006. Il tasso base della Banca d’Inghilterra resta lo 0.5%; guardando a vecchi dati, prima del 2009, non era mai stato più basso del 2% e si prevede che nel 2018 sarà ancora intorno all’1.5%. Tutto ciò è piuttosto sano rispetto all’ Euro-zone ed al Giappone, dove i tassi di interesse nel 2018 resteranno (secondo le previsioni) vicini allo zero.

from The Economist

Quando le banche centrali affronteranno la prossima recessione, in altre parole, rischiano di non avere nessuno spazio per spingere le loro economie tagliando i tassi di interesse. Ciò renderebbe il prossimo declino persino più difficile da evitare.

La risposta logica è tornare alla normalità il più presto possibile. Rialzare i tassi, così da poter ridurre i debiti e dare spazio ai governi per prendere a prestito e allontanare il disastro. Logica, ma sbagliata.

Alzare i tassi di interesse, mentre gli stipendi sono piatti e l’inflazione è più che al di sotto del target, rischia di riportare le economie alla deflazione e rientrare nella recessione che si cerca di evitare.

Dato che la ripresa americana è più forte, è proprio lì che è più serio il dibattito su quando tornare alla normale politica monetaria. La Fed sostiene che con una disoccupazione sotto il 6% e un ritmo di assunzioni incalzante, è ampiamente ora di aumentare i tassi di interesse.

La miglior difesa

Anche i governi possono fare la loro parte. C’è stata una timida crescita negli investimenti in infrastrutture. L’OCSE (un club di ricchi) aveva ragione ad opporsi al ministro della finanza inglese (George Osborne) per la portata e il ritmo della sua spending-review. I governi dovrebbero piuttosto indirizzare le loro energie verso riforme tardive e necessarie per la produzione ed il mercato del lavoro. Mercati aperti incoraggiano la produzione. La libertà di assumere lavoratori sotto contratti flessibili è il miglior modo per tenere le persone fuori dalla disoccupazione. Riforme del genere rendono l’economia più capace di affrontare e superare il prossimo shock.

Avendo combattuto contro gli effetti della crisi finanziaria, i governi e le banche centrali sono comprensibilmente impazienti di tornare alla normalità.

Il modo per raggiungere il loro obiettivo è prima di tutto permettere che la ripresa prenda vigore.

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